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Maria Grazia CarnΓ
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Nella Giornata Europea della Cultura Ebraica.
Mentre la politica decide e lβideologia devia, lβArte continua il suo insegnamento, partendo proprio dallβerrore per guidare lβuomo verso un luogo che non Γ¨ rigida giustezza, ma semplice veritΓ . Al suo ritorno in Israele, la Prof.ssa Jaskierowicz Arman ritrova lβimportanza e la voglia di esprimersi, il piacere di donare agli altri le proprie opere; non le belle bugie dβunβItalia intrisa dβipocrisia da cui Γ¨ scappata, ma gli sguardi sinceri di chi nellβarte trova risposte, ne coglie i significati e comprende quel fuoco che, dopo essere divampato da dentro, esce e chiede solo di poter tornare.
Gerusalemme non Γ¨ soltanto una superficie di pietra e memoria, ma una dimensione dello spirito, la soglia in cui il cielo china il capo per toccare la ferita dell’uomo. Nella tradizione ebraica, la CittΓ Santa vive di una duplice natura: c’Γ¨ una Gerusalemme celeste, pura, intangibile e promessa e una Gerusalemme terrena, fatta di polvere, conflitti, lacrime e pietre antiche che trasudano storia. L’arte della Prof.ssa Miriam Jaskierowicz Arman si situa esattamente in questa crepatura sacra, facendosi ponte tra la fragilitΓ della materia e l’assoluto dello spirito.
Attraversare questa mostra significa compiere un pellegrinaggio dentro il “groviglio dell’esistere”. Come le pietre di Gerusalemme custodiscono nei loro solchi secoli di preghiere, dolori e speranze incise nella roccia, cosΓ¬ le tele e le forme dell’artista accolgono i colori lacrimanti e le linee tormentate di un’umanitΓ che cerca la propria redenzione. Non Γ¨ una ricerca di bellezza patinata o consolatoria: Γ¨ l’edificazione del sacro sul proprio opposto, un atto d’amore e di resistenza dove l’agonia del vivere diventa l’unico velo attraverso cui la luce divina puΓ² finalmente filtrarsi.
In questo spazio espositivo, ogni opera si trasforma in un frammento di quella ricomposizione del mondo (Tikkun Olam), insegnandoci che Dio vive nell’arte e che, proprio come tra le mura di Gerusalemme, Γ¨ solo attraversando la notte e il pianto che la mente si spalanca al miracolo della visione.
I dipinti esposti sembrano dialogare tra di loro attraverso una costante tensione tra la serenitΓ del paesaggio e la sofferenza dell’anima. Le linee sinuose e contorte delle figure centrali si intrecciano come memorie frammentate, dando sostanza a forme che sembrano emergere da ere smarrite per raccontare storie di dolore dimenticato. Sui volti figurativi e nei tratti piΓΉ scuri, i toni paiono scivolare verso il basso, simili a pigmenti e colori piangenti che scorrono come le lacrime di un dio che osserva inerme la fragilitΓ umana.
Le opere della Prof.ssa Jaskierowicz hanno la potenza della confusione visiva iniziale, che gradualmente si districa rivelando la sovrapposizione di tempi e mondi differenti: da un lato la natura apparentemente pacifica dei paesaggi, dall’altro l’inquietudine profonda insita nell’esistenza. Non Γ¨ un’arte che cerca la bellezza consolatoria o superficiale; al contrario, Γ¨ un’opera che affonda le radici nella crudeltΓ della notte e nella ferocia delle proprie paure. Γ proprio edificando sulla bruttezza, sul patimento e sull’amarezza che la tela compie la sua metamorfosi, trasformando il dolore stesso in un’estetica spietatamente vera, dove la salvezza e il “miracolo dell’amore” diventano l’unica luce in grado di spazzare via le illusioni che offuscano la mente.
Le Opere si fanno cosΓ¬ cattedrale e testimonianza di un Dio che c’Γ¨, e vive nell’arte, ed Γ¨ esattamente questo il messaggio supremo scolpito dietro il groviglio dell’esistere. In quella trama di linee tormentate e campiture sature, la divinitΓ non si rivela come un dogma intatto, ma si palesa nella carne stessa del colore, nella capacitΓ di accogliere ogni ferita per trasfigurarla. L’atto creativo diventa il luogo in cui il caos del mondo trova un senso, e la pittura prova a farsi preghiera visiva, ricomponendo i frammenti sparsi dell’anima umana pulendola delle vite passate e presenti e restituendo solo la dignitΓ dell’eterno.
La Prof.ssa Miriam Jaskierowicz Arman usa la propria intelligenza e passione per concedere agli sguardi di tutti di vedere ciΓ² che non sempre Γ¨, insegnando che per leggere il mondo non basta la magia della bellezza, ma bisogna attingere dallβagonia del vivere di chi solo piangendo, attraverso il velo cristallino del dolore, puΓ² davvero vedere tutto.
Nessuno esce indenne da questa mostra pittorica. PerchΓ© qui l’Arte cessa di essere contemplazione e si fa Akedah, quel legame e sacrificio per ciΓ² che abbiamo di piΓΉ caro sull’altare della veritΓ . Γ un’alchimia feroce e disperata, dove l’odio per le macerie dell’esistenza si scontra e si fonde con un amore totalizzante per la luce che le redime. Se Gerusalemme insegna che le pietre piΓΉ sacre sono quelle bagnate dalle lacrime degli uomini, queste opere ci ricordano che non esiste salvezza senza la ferita. Chi cerca un rifugio consolatorio volti lo sguardo altrove; chi ha il coraggio di guardare Dio dritto negli occhi, lo troverΓ qui, tra le pieghe delle tele, vivo in ogni colore, a sanguinare e ad amare.








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