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Tra le ombre millenarie dei pini e il silenzio mistico del Santuario di Santa Maria del Bosco a Serra San Bruno, dove il soffio della storia sembra ancora custodire la memoria dell’assoluto, il conferimento del Premio San Bruno al professor Michele Ammendola acquista la forma sacra, solenne e universale di una vera e propria parabola umana.

Esistono infatti momenti in cui l’esistenza pare intrecciare le sue trame con una precisione quasi trascendente, sottraendosi alla casualitΓ  del quotidiano per far incontrare il grido sommesso del bisogno con la grazia tangibile di chi quel bisogno sa accoglierlo, decifrarlo e infine colmarlo. La figura del professor Ammendola β€” eccellenza scientifica e clinica di caratura internazionale nel campo della chirurgia dell’apparato digerente, mentore accademico e consigliere delle piΓΉ autorevoli societΓ  mondiali come l’International Society of Surgery β€” travalica di gran lunga la pur eccelsa dimensione tecnica per farsi vero e proprio trattato sociologico e filosofico sull’essere medico.

Nel suo procedere quotidiano, che spazia dal microscopio della ricerca d’avanguardia sulla risposta immunitaria e la neoangiogenesi tumorale fino alle frontiere piΓΉ avanzate del telementoring e della chirurgia digitale, la medicina si spoglia di ogni freddezza burocratica per ritrovare la sua genesi arcaica. Non un semplice esercizio di protocolli o la mera perizia di una tecnica impeccabile, bensΓ¬ un patto d’alleanza profondo e viscerale tra due fragilitΓ  che si riconoscono. In questa simmetria perfetta, il chirurgo diviene l’architrave morale di una comunitΓ  che cerca salvezza e risposta al proprio dolore.

In un’epoca frammentata dall’isolamento e dalla mercificazione della cura, il professor Ammendola risponde a una vocazione d’altri tempi, incarnando l’archetipo dell’uomo che esiste primariamente per l’altro: un individuo la cui identitΓ  si chiarisce e si compie solo nel momento in cui si spende per il prossimo. Il suo passo mai arretra di un solo millimetro di fronte alla sofferenza piΓΉ scura o alle diagnosi piΓΉ avverse. Al contrario, il suo volto, pur segnato dalla rigida severitΓ  della materia organica piΓΉ complessa e imprevedibile, sa sempre aprirsi a un dono inestimabile: un sorriso capace di rassicurare, di sciogliere la morsa della paura e di restituire speranza prima ancora che la lama del bisturi intervenga a ricucire il destino.

Come nelle antiche botteghe rinascimentali o nelle grandi scuole filosofiche dell’antichitΓ , la conoscenza trasferita ai giovani chirurghi non si limita al solo sapere formale, ma si trasforma in una pedagogia dello sguardo, in un’educazione all’attenzione verso l’uomo nella sua interezza irripetibile. C’è una bellezza quasi metafisica nel veder convergere, sotto le volte del medesimo luogo di fede e meditazione, la presenza ieratica di Sua Eminenza il Cardinale Domenico Battaglia e la testimonianza scientifica di un medico di cosΓ¬ alto profilo.

In questo incontro solenne si consuma un parallelismo filosofico folgorante, una metafora viva sul senso della cura: da una parte l’apostolato di Don Mimmo, votato al riscatto dello spirito, alla consolazione dell’anima piagata e alla difesa incondizionata della dignitΓ  degli ultimi; dall’altra la missione di Ammendola, custode vigile della materia viva, ricucitore di carni, di organi e di speranze infrante. Si tratta di due strade apparentemente distinte per linguaggio e strumenti, ma che finiscono per ricongiungere la loro traiettoria nella medesima ed altissima risoluzione dell’insieme, ove la salute del corpo e la salvezza dello spirito si rivelano non come entitΓ  separate, ma come le due polaritΓ  inscindibili di una stessa, vertiginosa urgenza di senso e di vita.

L’essere umano non ritrova nΓ© esalta veramente se stesso nella gloria solitaria dei trofei scientifici o nei titoli accademici, ma unicamente nell’imprescindibile atto del darsi, nell’annullare ogni distanza tra la propria sapienza e l’altrui vulnerabilitΓ . È in questa prospettiva che il riconoscimento tributato ad Ammendola supera i confini della semplice celebrazione istituzionale per farsi canto solenne all’incontro, elogio dell’empatia come forza trasformativa della societΓ  e certezza incantata che, finchΓ© vi saranno mani sapienti capaci di operare con rigore e sguardi capaci di accogliere con smisurata umanitΓ , la vita troverΓ  sempre la sua risposta piΓΉ luminosa.

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