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Riace, la scorciatoia ideologica e l’eutanasia della politica territoriale

C’è un momento preciso, nella parabola di ogni vicenda politica che ha smarrito la misura della realtΓ , in cui l’involucro retorico smette di contenere un progetto e si trasforma in una maschera teatrale agitata con frenesia per coprire la desolazione del reale. CiΓ² a cui si Γ¨ assistito nella seduta di Riace, durante l’ultimo consiglio comunale del 24 Agosto, non appartiene alla nobile categoria dell’audacia diplomatica, nΓ© tantomeno alla grande tradizione dell’umanesimo mediterraneo, ma alla contabilitΓ  disperata d’una maggioranza al lumicino, costretta a ricorrere ai cavilli d’imperio della giunta per blindare a forza un gemellaggio ideologico con il campo profughi palestinese di Dheisheh dopo aver smarrito la rappresentativitΓ  e i numeri nell’assise civica. È la scorciatoia d’un potere arroccato che, incapace di governare l’ordinario β€” la manutenzione essenziale, i servizi primari, la vita quotidiana dei cittadini che costituisce l’ossatura primaria di qualsiasi patto di cittadinanza β€”, sceglie di rifugiarsi nella geopolitica d’accademia e nel simbolismo a costo zero.

La scorciatoia di palazzo, benedetta dal consueto presenzialismo di maniera di leader ed esponenti dell’establishment politico-mediatico come Giuseppe Conte e Luigi De Magistris, tradisce un vizio teoretico profondo. Si pretende di trasformare una comunitΓ  locale stremata in una finta trincea globale, piegando l’istituzione a vetrina e passerella ad uso e consumo d’un marchio personale. È la tentazione del cosmopolitismo da delibera: l’illusione, ampiamente sviscerata dalla filosofia politica tradizionale e dalla grande riflessione tomista e agostiniana, che si possa proclamare un amore generico e universale verso l’umanitΓ  lontana dopo aver disatteso e tradito l’obbligo di cura verso la propria prossimitΓ . Quello che la dottrina classica codificava come ordo amorisΒΉ, una precisa gerarchia di responsabilitΓ  morali ed etico-civiche che parte dalla famiglia, attraversa la comunitΓ  di appartenenza e la nazione prima di farsi universalismo, viene oggi ribaltato. In questa architettura ideologica al contrario, il bisognoso reale e tangibile del proprio territorio sfuma nell’ombra per cedere il passo alla figura astratta del martire geopolitico, comodo pretesto per arringare le tifoserie aperte sui social network.

Quando la solidarietΓ  perde la misura del territorio per farsi artificio propagandistico, si scivola inevitabilmente nella deriva metodologica denunziata dal filosofo Gregory Baum e stigmatizzata dalle letture di Joseph Ratzinger: l’ermeneutica della rottura, che pretende di piegare codici, leggi e millenni di tradizione al capriccio e all’opportunismo del momento. Persino la dottrina sociale piΓΉ rigorosa, come ricordato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, subordina il diritto di accogliere al bene comune, alla sostenibilitΓ  reale e al rispetto della legalitΓ  e dell’ordine sociale della nazione ospitante. Disattendere questo principio di prudenza e ragion di Stato in nome dell’esibizionismo etico significa sostituire il dovere dell’amministrazione con il feticcio dell’ideologia. E se si sgrassa la realtΓ  fino a mostrarne il midollo, secondo la lezione di luciditΓ  d’inchiesta che smaschera le sovrastrutture di comodo, emerge l’anatomia di un sistema di accoglienza e di gestione malato: un’industria del simbolo e della narrazione permanente che serve a mantenere in vita posizionamenti politici e carriere individuali, mentre i territori reali affondano nell’abbandono e nella mancanza di prospettive.

Dal punto di vista filologico, un gemellaggio tra istituzioni nasce e mantiene validitΓ  quando rappresenta un ponte organico tra comunitΓ  omogenee capaci di uno scambio concreto di competenze, cultura, economia e reciprocitΓ . Ridurlo a una prova di forza ideologica approvata al chiuso delle stanze di giunta per scavalcare il confronto democratico ne perverte il senso originario e ne impone l’annullamento concettuale. Le motivazioni profonde di simili gesti non risiedono in una meditata ed efficacemente strutturata iniziativa di pace, ma nella ricerca del dividendo d’immagine per una classe politica e intellettuale in affanno. Chi trae davvero beneficio da queste operazioni astratte se non l’oligarchia di pensatori e politicanti che consuma il territorio per le proprie passerelle? Giorgio Bocca insegnava che la politica priva di aderenza alla terra e di responsabilitΓ  amministrativa degrada rapidamente in demagogia; e l’affondamento d’un sistema non avviene quasi mai per urto esterno, ma sotto la pressione intollerabile delle sue stesse contraddizioni. Quando il simbolo si sostituisce al reale, sulle macerie non restano che le comunitΓ  tradite da chi aveva promesso di rappresentarle.

*ΒΉ Espressione latina che significa “ordine dell’amore” Γ¨ un concetto filosofico e teologico che indica la giusta gerarchia e il corretto orientamento degli affetti e dei valori umani. Sant’Agostino ha introdotto e reso celebre il concetto, spiegando che il bene della vita morale consiste nell’amare Dio al di sopra di ogni cosa e le creature secondo la loro dignitΓ  ontologica. San Tommaso d’Aquino ne ha ripreso la nozione nella Summa Theologica, strutturando l’ordine delle preferenze e dei doveri (prima Dio, poi se stessi e il prossimo piΓΉ vicino, come la famiglia). Mentre il filosofo Tedesco Max Scheler, nel Novecento, ha reinterpretato il concetto come il nucleo emozionale e dinamico della persona, l’intuizione profonda che permette di cogliere la gerarchia oggettiva dei valori.

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