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Maria Grazia CarnΓ
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L’appuntamento del 22 e 23 marzo si prefigura come uno spartiacque silenzioso ma profondo, un momento in cui l’architettura stessa dello Stato potrebbe ritrovare quella coerenza strutturale che molti ritengono smarrita tra le pieghe della prassi quotidiana. Al centro del dibattito non vi Γ¨ una semplice disputa burocratica sui passaggi di ruolo dei magistrati, ma l’essenza stessa della terzietΓ : l’idea che, in un’aula di tribunale, il cittadino debba percepire visivamente e sostanzialmente che chi lo giudica non condivide la stessa mensa, lo stesso organo di governo e le stesse dinamiche di carriera di chi lo accusa. Oggi, la contiguitΓ tra Pubblico Ministero e giudice crea un paradosso dove entrambi rispondono al medesimo Consiglio Superiore della Magistratura, un legame che nei processi di grande impatto mediatico rischia di alimentare uno spirito di corpo involontario, Γ¨ la sottile ma pervasiva paura che l’assoluzione di un imputato in un caso eccellente possa essere letta come un fallimento collettivo dell’intera “famiglia” giudiziaria.
Come osservava il sociologo del diritto Lawrence Friedman, la legittimitΓ di un sistema non risiede solo nella sua fredda correttezza formale, ma nella percezione sociale della sua imparzialitΓ , un concetto ribadito anche da Niklas Luhmann quando sottolineava che la fiducia nelle istituzioni si fonda sulla visibile separazione dei ruoli, trasformando la trasparenza in un prerequisito della democrazia.
In quest’ottica, la separazione delle carriere e l’introduzione di due CSM distinti non appaiono come un attacco all’indipendenza, bensΓ¬ come il suo completamento, eliminando alla radice quelle che Pierre Bourdieu definiva “complicitΓ strutturali” che nascono dall’appartenenza al medesimo campo professionale e che possono condizionare, anche inconsciamente, l’agire degli attori in gioco.
A queste riflessioni sociologiche si affianca la lezione eterna della filosofia, che ci ricorda come la giustizia non sia un atto di forza, ma un esercizio di purificazione intellettuale. Socrate, nel suo costante dialogo con la cittΓ , suggeriva che il vero sapere nasce dalla capacitΓ di distinguere i ruoli e di non lasciarsi offuscare dai pregiudizi del gruppo. Un giudice che condivide il destino professionale dell’accusatore Γ¨ come un occhio che tenta di guardare se stesso: manca della distanza necessaria per la messa a fuoco. La separazione diventa allora una forma di maieutica istituzionale, un modo per “far partorire” la veritΓ in un ambiente dove nessuno Γ¨ vincolato dal debito di gratitudine o dal timore del collega.
Kant, dal canto suo, ci ha insegnato che l’etica richiede che l’individuo agisca secondo massime che possano valere come leggi universali, in totale autonomia da condizionamenti esterni. Se il giudice deve rispondere a un imperativo categorico di imparzialitΓ , la sua “cattedra” deve essere scolpita nel marmo dell’indipendenza strutturale, non poggiata su un terreno reso scivoloso dalle correnti o dalle ambizioni comuni a chi sostiene l’accusa. Questa riforma, lungi dal voler punire, intende elevare la funzione giudicante a quel “cielo stellato sopra di me” che Kant tanto ammirava, rendendola una bussola morale non soggetta alle maree della politica interna.
Immaginiamo la giustizia come una grande orchestra: perchΓ© l’armonia sia perfetta, lo spartito del solista (la difesa) e quello del primo violino (l’accusa) devono essere interpretati davanti a un direttore che non appartiene a nessuna delle due sezioni. Se il direttore d’orchestra fosse egli stesso un violinista della stessa fila, il suo orecchio tenderebbe fatalmente a giustificare ogni stonatura del compagno di banco. La separazione delle carriere Γ¨ il silenzio necessario tra le note, lo spazio bianco tra le parole che permette alla frase di avere un senso. Γ come un fiume che, per restare limpido, deve scorrere tra argini ben distinti; se gli argini cedono e le acque si mescolano troppo presto, il fango dell’incertezza intorbida il fondale. La proposta di riforma affronta il disagio del correntismo attraverso lo strumento dirompente del sorteggio per i membri degli organi di autogoverno, una scelta che recide il cordone ombelicale tra l’eletto e i centri di potere interno, garantendo una libertΓ di giudizio che non deve nulla a nessuno.
Riflettendo sulle basi filosofiche di questa trasformazione, emerge un richiamo diretto all’equitΓ procedurale di John Rawls: un sistema Γ¨ giusto quando Γ¨ costruito in modo tale che le regole stesse garantiscano l’imparzialitΓ , indipendentemente dalla buona volontΓ dei singoli.
Se il domani della magistratura vedrΓ un giudice che Γ¨ un “foglio bianco” davanti alle prove e un PM che agisce in una simmetria perfetta con la difesa, non sarΓ per un capriccio politico, ma per una necessitΓ evolutiva che riporta la giustizia al suo ideale illuminista di separazione dei poteri, rendendo l’arbitro finalmente inequivocabile. La tutela dalla criminalitΓ , come dimostrato storicamente dal sangue dei giusti, non dipende dagli organigrammi corporativi ma dalla soliditΓ delle indagini; pertanto, l’appello alla memoria di Enzo Tortora non Γ¨ un grido nostalgico, ma un monito affinchΓ© la giustizia non debba solo essere fatta, ma debba apparire tale, senza il minimo velo di dubbio.
In questa simmetria perfetta, il tribunale smette di essere una fortezza chiusa per diventare una piazza luminosa, dove la veritΓ non Γ¨ un trofeo da conquistare, ma un fiore fragile che sboccia solo nel terreno dell’equitΓ assoluta. Scegliere di separare non significa dividere lo spirito della giustizia, ma moltiplicare la sua forza morale, restituendo dignitΓ a ogni parte in causa e trasformando il verdetto in un atto di veritΓ pura, sciolto da ogni catena di appartenenza.
Viene spontaneo chiedersi: perché tanta resistenza? Perché qualcuno sulla giustizia ha una grande influenza e così rischia di perderla. Il 22 e 23 marzo sceglieremo tra due visioni della giustizia. Ma il messaggio resta chiaro: non fatevi ingannare. Il punto non è impedire ai magistrati di cambiare funzione. Il punto è garantire che chi accusa e chi giudica siano davvero, strutturalmente, inequivocabilmente separati. Perché la giustizia non solo deve essere fatta, ma deve anche apparire fatta senza la minima ombra di dubbio.



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